Industria in ritardo, politica in rincorsa: il vero cortocircuito europeo non è ideologico, ma strategico.
#FORUMAutoMotive si conferma, ancora una volta, uno dei momenti di confronto più solidi e stimolanti del panorama automotive italiano, sapientemente orchestrato da Pierluigi #Bonora. Un contesto in cui il dibattito è sempre di alto livello e dove le posizioni, anche le più diverse, trovano spazio e dignità. Proprio per questo, vale la pena prendere sul serio – e quindi anche mettere in discussione – il tema del confronto proposto nell’ultimo incontro:
“Costruttori europei imbrigliati da norme ideologiche che danneggiano il consumatore, mentre la Cina conquista il mercato automotive e aumenta la produzione di CO₂.” Una tesi suggestiva. E proprio per questo, pericolosamente rassicurante.
Attribuire il ritardo competitivo europeo a una politica “ideologica” ha infatti il grande vantaggio di offrire un alibi credibile. Sposta il baricentro della responsabilità, allontanandolo dalle scelte industriali e riportandolo comodamente sul terreno regolatorio. Ma le scorciatoie interpretative raramente aiutano a comprendere fenomeni complessi.
Per chi osserva il settore con un minimo di memoria storica, i segnali erano tutt’altro che invisibili. La crescita della capacità produttiva asiatica non è un fenomeno recente, così come il progressivo controllo delle filiere strategiche – batterie, materie prime, tecnologia. L’elettrificazione, inoltre, non è nata nei palazzi della politica europea, ma si è affermata come traiettoria industriale globale ben prima che diventasse un obbligo normativo.
Secondo dati della International Energy Agency, la Cina rappresenta oggi oltre il 60% della produzione mondiale di batterie per veicoli elettrici. Non un’accelerazione improvvisa, ma il risultato di una strategia coerente e protratta nel tempo. La vera domanda, quindi, non è se le regole europee siano perfette – non lo sono – ma se l’industria abbia saputo leggere ed interpretare per tempo la direzione del cambiamento. Per anni, una parte rilevante dei costruttori europei ha preferito difendere posizioni acquisite, rallentare decisioni strutturali e confidare, più o meno implicitamente, in una transizione negoziabile. Il cambiamento, però, non negozia. Avanza.
E qui il tema si sposta inevitabilmente sulla qualità della governance. Perché non cogliere segnali evidenti non è un errore tattico, è una scelta strategica. In questo quadro si inserisce anche un elemento meno visibile ma determinante: il ruolo della consulenza. Troppo spesso i report strategici accompagnano decisioni già prese o servono a legittimarle a posteriori, più che a metterle realmente in discussione. Non è raro vedere previsioni oscillare con sorprendente rapidità, passando da scenari di crescita esponenziale a prudenti “reality check” nel giro di pochi trimestri, seguendo più il vento del contesto che una reale capacità predittiva. Più bussola adattiva che strumento di visione.
Anche il tema del presunto danno al consumatore merita una lettura meno ideologica. Il costo totale di possesso di molti veicoli elettrici si sta progressivamente allineando, mentre l’offerta si amplia e si diversifica, anche grazie all’ingresso di nuovi attori. In questo scenario, è proprio la pressione competitiva globale – inclusa quella cinese – a generare benefici concreti, più che a distruggerli. Ridurre tutto a uno scontro tra industria e regolatore, quindi, non solo è semplicistico: è fuorviante.
E tuttavia, fermarsi qui sarebbe altrettanto comodo. Perché anche il regolatore ha le sue responsabilità, e non marginali. L’Unione Europea sta oggi mostrando segnali di ripensamento, tra revisioni degli obiettivi ed aperture su tempistiche che fino a poco tempo fa venivano presentate come non negoziabili. Ma questo riposizionamento arriva dopo una fase iniziale in cui l’approccio alla transizione è stato, più che ambizioso, rigidamente assertivo.
Più che guidare il cambiamento, l’Europa ha dato a tratti l’impressione di subirlo e, proprio per questo, di volerlo poi governare con un eccesso di normazione. Una rincorsa trasformata in accelerazione forzata. E quando si arriva in ritardo, spesso si tende a recuperare estremizzando. Il punto critico è proprio questo: l’incapacità di leggere per tempo i segnali industriali e geopolitici ha portato a una regolazione tardiva, applicata con un rigore quasi compensativo. Un approccio che, nel tentativo di colmare il gap, ha finito per amplificarlo, mettendo sotto pressione un’industria già in difficoltà e generando un contesto di incertezza che ha reso ancora più complessa la pianificazione strategica.
Non è quindi solo una questione di regole sbagliate o di industria lenta. È il disallineamento tra le due ad aver prodotto il vero cortocircuito europeo. Ed è proprio in quello spazio – tra ambizione normativa e realtà industriale – che altri hanno costruito il loro vantaggio competitivo.
Il merito di eventi come #FORUMAutoMotive è quello di portare alla luce tesi forti e di alimentare il confronto. Il rischio, però, è quando queste tesi diventano narrazioni autoassolutorie. Perché se tutto è colpa delle regole, allora nessuno ha davvero sbagliato. Ed è forse questa, più di tutte, la lettura che il settore non può più permettersi.



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